Anton Smink Van Pitloo e la Scuola di Posillipo

Nato ad Arnhem nel 1790, Anton Smink Van Pitloo, conosciuto in Italia come Antonio Pitloo, dopo aver frequentato la scuola d’arte nel proprio paese natale si trasferì prima a Parigi e poi a Roma. Nella capitale francese conobbe Jean-Joseph Xavier Bideau e Jean Victor Bertin grazie ai quali decise di dedicarsi alla descrizione del paesaggio piuttosto che all’architettura, con cui aveva iniziato. Nella città romana approfondì il “vedutismo”, genere pittorico che aveva per soggetto vedute prospettiche di città o paesaggi. Ma la svolta arrivò quando nel 1815, al seguito del diplomatico russo, nonché estimatore d’arte, Gregorij Orlov, si trasferì a Napoli, dove rimase fino alla fine della sua vita. La città partenopea fu indispensabile a Pitloo per affinare la propria tecnica pittorica e approfondire la ricerca cromatica e atmosferica iniziata già dai paesaggisti nordici Corot e soprattutto William Turner, autore romantico che realizzò lo splendido “Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi”. Ma perché proprio Napoli? Terra e mare, coste e isole. Rovine antiche come Pompei, Ercolano, Paestum e nobili fortezze come Castel dell’Ovo. Miti e leggende, palazzi, monumenti e oasi verdi. Campagne e soprattutto l’onnipresente ombra del Vesuvio. Qui, un paesaggista aveva tutto ciò che poteva desiderare. A partire dal 1820 Pitloo fondò la Scuola di Posillipo. I più importanti pittori di vedute dell’epoca, circa una quarantina, illustrarono tra il 1820 e il 1860 le bellezze del paesaggio campano, non solo luoghi, ma anche costumi e tradizioni. Le opere realizzate in questo periodo furono esposte nei salotti delle case borghesi e la loro influenza sulla pittura italiana proseguì per tutto l’Ottocento, finendo per imitare le prime fotografie e cartoline postali. Hippolyte Taine, filosofo e critico letterario francese, scrisse in una sua lettera che percepiva la bellezza di Napoli più attraverso le vedute della “Scuola di Posillipo” che dalla realtà. Nonostante le riunioni di questi artisti avvenissero nello studio di Pitloo, il suo principale insegnamento riguardò la pittura “en plain air”, opposta alla visione accademica del paesaggio. Massimo rappresentante di questa Scuola fu Giacinto Gigante, al quale si devono paesaggi ad acquerello particolarmente intimisti e malinconici. Nel 1824 Pitloo vinse, grazie al Il boschetto Francavilla al Chiatamone”, il concorso per succedere alla cattedra di Paese dell’Accademia Borbonica di Belle Arti, nata per la prima volta in Italia. Un olio di 44 per 75 centimetri, dall’inquadratura del tutto insolita in cui il pittore olandese rappresenta la campagna e gli edifici degradati come se mostrasse un paesaggio lirico ed emozionante. Più che le strutture che osservava, egli rappresentava nei suoi dipinti la magia che questi sprigionavano. Pitloo non abbandonò il capoluogo campano neanche quando scoppiò l’epidemia di colera di cui fu vittima nel 1837. Per gran parte della sua vita rese Napoli celebre nei suoi dipinti, a sua volta la città lo consacrò come grande autore di paesaggi adottandolo tra i propri figli illustri.

Tratto da: “L’arte a Napoli – La scuola di Posillipo” dell’Associazione Culturale “Terra Utopiam”, pubblicato da Le Parche Edizioni

L’Arte a Napoli – La Scuola di Posillipo

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Pasquale Cerolli - La Sciabica

L’arte a Napoli e la Scuola di Posillipo

Sin dalla metà del XVIII secolo, nell’Italia meridionale la pittura di paesaggio fu esercitata da una folta schiera di artisti che trovarono in questo genere pittorico motivo di sopravvivenza. Il tutto nacque grazie al mercato dei turisti stranieri che, soprattutto dopo la scoperta degli scavi di Pompei ed Ercolano, inclusero la Campania tra le tappe obbligate del Grand Tour e, quando la vacanza finiva, amavano ritornare a casa portando come souvenir una veduta di Napoli o delle isole del Golfo. Agli inizi dell’800 questa tradizione si rinnovò profondamente in senso romantico grazie all’influenza di molti pittori stranieri, tra cui Turner e lo stesso Corot che stazionarono a Napoli per lunghi periodi, attirati dalla dolcezza del clima e dalla bellezza dei paesaggi campani. E’ proprio nell’atelier di un paesaggista olandese, Anton Sminck van Pitloo (Antonio Pitloo), che intorno agli anni 20 si ritrovò un gruppo di giovani pittori desiderosi di innovare la pittura paesaggistica di tradizione partenopea attraverso una resa più moderna e lirica, in sintonia con le ricerche romantiche d’oltralpe. Ne venne fuori una pittura spontanea, eseguita dal vero con le tecniche più disparate: dalla tempera, all’olio, all’acquarello, realizzate su tela o su materiale di recupero, come legno, carta o cartone. Pertanto i pittori accademici, legati agli schemi neoclassici, dediti a dipingere su tele di grandi dimensioni, trovarono ridicole e “turistiche” queste vedute realizzate in tono minore con linee prospettiche imprecise, e indicarono come Scuola di Posillipo questo gruppo di pittori, associando al termine un significato dispregiativo. Succede, invece, che quelle piccole opere che rappresentano la bellezza del territorio campano con vedute di paesaggi incantati, scorci di spiagge dorate, movimentate e spontanee scene di vita quotidiana, prendono forza e integrano prepotentemente la cultura napoletana incontrando il favore non solo dei turisti, che vengono ad acquistare i quadri da ogni parte di Europa, ma anche dell’aristocrazia e dalle case regnanti italiane e straniere. Il merito principale dei pittori della Scuola di Posillipo fu quello di non accontentarsi mai dei risultati raggiunti: la loro ricerca era continua. Visitavano gli atelier dei pittori stranieri residenti a Napoli o a Roma, visitavano mostre e alcuni di loro si recarono in Francia e in Inghilterra per osservare da vicino la produzione dei grandi paesaggisti romantici, altri arrivarono fino in Oriente per captare nuova linfa vitale al movimento. La personalità di maggior spicco della scuola fu Giacinto Gigante che, specialmente con la tecnica dell’acquerello, raggiunse risultati eccelsi guadagnandosi il favore dell’aristocrazia locale ed estera, in particolare quella francese e russa. La pittura di Giacinto Gigante, pur essendo simile nei soggetti a quella degli altri membri della scuola, fu molto differente nella realizzazione. Egli superò il limite dato dalla veduta senza tradirlo, e, pur rendendolo riconoscibile, lo arricchì del tocco lirico e creativo della sua fantasia. Nonostante la ricchezza di suggestioni immaginarie, le sue realizzazioni paesaggistiche hanno una costante chiarezza naturalistica e non scadono mai nel retorico e nello scenografico.

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Consalvo Carelli – Marina di Capri

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L’Arte a Napoli – La Scuola di Posillipo