“A parlare male degli altri si fa peccato, ma…”

Con questa email, inserita di seguito, e con la risposta negativa da parte dell’autore nell’accondiscendere all’invito di Roberto Saviano, il libro “Il Chiarificatore” di Giuseppe Misso, da noi pubblicato nell’ottobre 2016, non ha ottenuto i risultati che immaginavamo. Questa è solo la prima email che abbiamo ricevuto dal suo Staff, ma essendo solo intermediari tra due fuochi abbiamo dovuto sottostare alle loro volontà. Eppure c’è un qualcosa di strano in tutto questo, un qualcosa che va oltre le nostre misere forze, ed evidenzia la frase: “Il potere logora chi non ce l’ha”, l’aforisma che pare fosse del politico francese Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, ma che in Italia ha la voce e il volto di Giulio Andreotti.

staff robertosaviano <staff.robertosaviano@gmail.com>

26/10/16

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Buongiorno,
vi contatto per conto di Roberto Saviano a proposito di un libro da voi recentemente edito:
“Il Chiarificatore” di Giuseppe Misso.
Roberto Saviano, come potete sicuramente immaginare, segue da tempo la storia di Giuseppe Misso.
Roberto vorrebbe poter scrivere del libro, che quindi vi chiederei la grande cortesia di farmi avere in PDF, e poi, se possibile, vorrebbe intervistare Misso.
Attendo un cortese cenno di riscontro,
un cordiale saluto e buon lavoro

Il libro, appena pubblicato, fu richiesto dalla Feltrinelli di Napoli e fu subito reperibile in tutte le librerie, ma durò per poco: adesso non viene neanche più esposto… attualmente vendiamo qualche copia tramite Amazon, ma è niente rispetto a quello che ci prefiggevamo. Viene spontaneo pensare a una ripicca nei confronti dell’autore per non aver esaudito i desideri di una persona rilevante, a cui è bastato fare un cenno, un “comando” dall’alto per far rispettare i ruoli…:

“A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”

Di seguito, lo stralcio finale del libro di Giuseppe Misso, “Il Chiarificatore”:

<Nell’ufficio matricola mi presero in consegna tre carabinieri in borghese, per scortarmi in località protetta. Erano i “Referenti” del luogo in cui eravamo diretti, che dipendevano dal Servizio Centrale di Protezione. Ci scambiammo un saluto piuttosto formale e dopo aver sbrigato le pratiche burocratiche relative al mio trasferimento in detenzione domiciliare ci mettemmo in viaggio in auto per raggiungere la città dove abitava Luisa e mio figlio. Durante il tragitto nessuna conversazione. Solo qualche scambio di battute per non apparire scortese. Dal finestrino osservavo le verdi pianure, gli alberi, le campagne, i campi di grano, le casette dai tetti aguzzi, quei paeselli sperduti a ridosso delle alture, e tutto mi appariva estraneo, indeterminato, incomprensibile. Una libertà che non mi dava le stesse emozioni delle altre volte. Forse non avrei più rivisto il lungomare di via Caracciolo, Posillipo, il golfo di Napoli. Mi sentii invadere da un’amarezza per aver scontato, dopo la collaborazione, altri tre anni e cinque mesi. Una sanzione che percepivo come una forma di sadismo attuata soprattutto contro i miei cari. Luisa aveva sofferto le pene in una tremenda solitudine e la mia presenza le avrebbe alleviato quella condizione di apolide. Arrivai nel luogo della mia nuova residenza. La mia compagna mi aspettava affacciata alla ringhiera del terrazzo e appena mi scorse mi fece un segno con la mano. Salutai i carabinieri. Presi l’ascensore e schiacciai il bottone dell’ultimo piano. Luisa e Marco erano sull’uscio di casa ad aspettarmi. Ci baciammo, stringendoci forte tutti e tre assieme. Passammo tante ore a parlare, a ricordare… Ne avevamo di cose da raccontare. L’appartamento era arredato alla buona e composto da due piani. C’era la terrazza che girava tutt’intorno alla casa. Nell’angolo, vicino alla porta d’ingresso, si notava una piccola scala a chiocciola di legno da cui si accedeva alla stanza da letto, un’altra camera e un altro bagno. Luisa e Marco mi facevano da guida. Scendemmo in cucina per gustare una cena frugale e un dolce. Stappammo una bottiglia di spumante e andammo nel salone a bere e chiacchierare ancora. Dopo, mi appartai per telefonare a Teresa in Polonia: volevo sapere come stava mia figlia. La bambina aveva dieci anni e ricordava solo qualche parola in italiano che pronunciava a malapena: “Babbuccio mio, ti voglio bene”. Così mi disse. Le telefonavo anche dal carcere e ripeteva sempre la stessa frase. La madre aveva fatto di tutto affinché dimenticasse la lingua italiana, perché doveva frapporsi tra noi, manipolare le mie parole e fargli credere ciò che voleva. Tutti i mesi inviavo un assegno e non ho mai mancato di mandare altri soldi per le ricorrenze del compleanno della bambina, del suo nome e di tutte le altre festività dell’anno. Non so quale uso ne facesse la madre di questo denaro, ma non potevo fare diversamente. Quando ritornai nel salone ero visibilmente turbato. Luisa mi fissava con ansia per capire se tutto andava bene. La rassicurai con cenno del capo e un mezzo sorriso. Si erano fatte le tre di notte. Salutammo Marco che aveva la sua stanzetta giù. Salimmo al piano di sopra, nella stanza da letto, e ci perdemmo l’uno nelle braccia dell’altro, facendo attenzione a non farci sentire…! Passarono due mesi e la condanna per il reato 416 bis era terminata. Ritornai libero senza nessun obbligo, se non quello di attenermi al codice comportamentale del Servizio Centrale di Protezione, ma in Polonia non potevo andare e nemmeno a Napoli. Marco andò a vivere per conto suo, in un’abitazione poco distante da noi, con il suo compagno. Luisa ha sempre fatto di tutto per sostenermi, per incoraggiarmi, per andare avanti. La sua partecipe presenza è la prova costante di un amore incondizionato. Nelle mie lunghe passeggiate notturne capita di affacciarmi al parapetto del ponte e fissare il corso del fiume, con l’ombra dei miei pensieri che si staglia sull’acqua trascinata lontano fino a disperdersi. Ci saranno altre corse e altre ancora, mentre il tempo si fa circolo nel suo andare…!>

Il Chiarificatore

Post Misso

 

“Le Parche Edizioni” shop

Anche noi, in questo piccolo spazio, stiamo seminando emozioni e lentamente ci accingiamo a raccogliere i frutti nel nostro giardino di libri. Le Parche Edizioni è nata per investire sul capitale creativo e culturale di nuovi autori, che attraverso il nostro contributo professionale, etico e imprenditoriale, auspicano di vedere realizzati i propri sogni. In un anno di attività il nostro percorso ha raggiunto moltissimi autori, ma abbiamo dovuto frazionare questo afflusso selezionando solo quelli più interessanti e in questo articolo vogliamo ripercorrerli tutti, invitandovi a seguirli sul nostro sito:

Le Parche Edizioni

Narrativa e Poesia

  • scrivo-per-te-dora-buonfino-finalenozione-damore-1nuovo-misso-10riflessi-di-noirime-inesplorate-7    arcane-melodie    evanescenze    definitivo fronte

Sul sito trovate anche libri classici e di varia

La verità è un atto violento…

Detto Peppe ‘o nasone, Giuseppe Misso è il boss della Sanità, quartiere nel centro storico di Napoli. Nato nel 1947, mosse i suoi primi passi nel mondo criminale nel campo dei furti e delle rapine, consumate con il suo amico d’infanzia Luigi Giuliano, dell’omonimo e fortissimo clan di Forcella. Finito presto in carcere, Misso ne uscì quando il territorio napoletano era teatro di scontro tra la Nuova camorra organizzata di Cutolo e la Nuova Famiglia. Aperto un negozio di abbigliamento in via Duomo, finì subito nelle maglie del racket del clan Giuliano, dominante nella zona. Misso si oppose al suo amico di infanzia. Fu l’inizio di  una guerra feroce tra i due. Sanità e Forcella, quartieri limitrofi del centro storico di Napoli, hanno prodotto due storiche famiglie, Misso e Giuliano. Potenti e vicinissime. La storia di ‘o nasone si incrocia con una triste pagina dello stragismo italiano. Nel 1985 sul rapido Napoli-Milano una bomba uccise 17 persone. Misso, considerato coinvolto nell’attentato, viene condannato all’ergastolo in primo grado, verrà poi assolto in secondo grado e in Cassazione. Ma il giorno dell’assoluzione non sarà momento da festeggiare. Proprio di ritorno dall’udienza, in un agguato viene uccisa sua moglie. L’assassinio viene messo in relazione con lo scontro interno alla Sanità dove l’Alleanza di Secondigliano provava a estendere i suoi tentacoli. Lo scontro sarà piuttosto lungo e vedrà numerosi morti. Alla apparente vita ritirata e ormai lontana dalle scene della malavita di Misso che, uscito l’ultima volta dal carcere, si iscrive alla Camera di Commercio per riprendere il suo vecchio lavoro di commerciante di abbigliamento, fanno fronte le relazioni investigative dell’Antimafia che nel 2006 e 2007 lo considerano ancora un capoclan alla guida di una delle più potenti famiglie della camorra cittadina.

Il Chiarificatore

 

Distribuzione del libro “Il Chiarificatore”

Il nuovo libro di Giuseppe Misso, “Il Chiarificatore”, è disponibile, per il momento, nelle seguenti librerie:

Libreria Mancini di Francesco Manna
Via N. Poggioreale 11/12
80143 Napoli

Libreria Pironti
Piazza Dante 89 Napoli

Cartolibreria Giorgio Lieto
Viale Augusto 43/51
80125 Napoli

Libreria Scientifica di Renato Bisanti

Corso Umberto I° (Angolo Mezzocannone) Napoli

Naturalmente potete acquistarlo anche sul sito della casa editrice: Le Parche Edizioni

sul sito IBS.IT e tra qualche giorno anche su Amazon

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Misso: a Napoli baby boss manovrati dalle più potenti famiglie di camorra

L’ex padrino della Sanità oggi è un pentito: «Licciardi, Moccia, Contini e Mallardo sono
le cosche più influenti d’Italia». La situazione al rione Sanità? «Non è cambiato nulla»

di Fabio Postiglione

 NAPOLI _ «I boss non hanno onore, la camorra non ha valori. I ragazzi di oggi, quelli che ammazzano per tutta la città, che organizzano le stese sono manovrati dai clan che così fanno i loro affari più grandi in silenzio. A loro dico di affidarsi allo Stato: la carriera nella malavita porta alla galera o alla morte». La sua voce è profonda, accenna un sorriso sul volto quando parla ma è segnato dagli anni bui nei quali ha vissuto, gli piace sognare anche se vive di rimpianti. Legge di filosofia e adora le autobiografie.

«Se ripenso alla drammaticità della vita del dottor Semmelweis, il libro scritto da Céline, al suo gesto estremo al termine del romanzo, mi vengono i brividi. Credo sia come la mia vita». Parla di morte e di vita, di cultura e degrado. Dietro agli occhiali scuri ha occhi verdi e profondi. «Avrei voluto fare lo scrittore». A parlare è Giuseppe Misso detto ’o nasone” , per quattro decenni il capo incontrastato della camorra di Napoli. Uno dei boss più influenti d’Italia che preferisce essere appellato come fuorilegge e non come capoclan. Adesso è un collaboratore di giustizia e vive in una località protetta perché, se potessero, i boss lo ammazzerebbero subito. Ha ricostruito omicidi, ha fatto i nomi di migliaia di affiliati, svelato gli affari di uomini che hanno riciclato i soldi della camorra in ristoranti, aziende, ospedali, di politici e imprenditori corrotti, e di se stesso ha detto tutto ciò che poteva dire: «La verità assoluta».

Chi era Giuseppe Misso?
«Un prelevatore scambiato per boss. Io e i miei uomini facevamo dei “prelievi forzati” a banche e uffici postali: rapine e assalti a caveau. Ho iniziato con i furtarelli a 14 anni e negli anni Settanta ero diventato un nome a Napoli. Gli assalti della banda del buco erano diventati la mia specialità».

Chi è oggi Giuseppe Misso?
«Uno scrittore, forse. Una persona che vive nell’amarezza per il male che ha fatto a se stesso e a quelli che gli volevano bene e che spesso prova rimpianto per il tempo sprecato. In tutto sono stato 32 anni in carcere».

Cos’è la camorra?
«Non si può rispondere con una battuta a una domanda così importante e complessa. La camorra è un problema sociale è una questione mentale. Non si è camorristi solo quando si ammazza qualcuno, ma si è camorristi anche nella prepotenza di tutti i giorni, nell’arroganza, nella prevaricazione. Vai a prendere un caffè e non paghi? Sei un camorrista. A Napoli la camorra affonda le proprie radici in un contesto sociale degradato. A Milano sarebbe molto più difficile, per non dire impossibile, diventare un camorrista: non c’è il terreno fertile che si trova qui da noi».

Perché adesso comandano i ragazzini?
«Ma voi veramente credete che comandino i ragazzini a Napoli? Questa è l’opinione dominante solo perché questi ragazzi fanno molto rumore con i morti ammazzati, con le stese , ma la realtà è un’altra. La realtà è che questi ragazzi, sebbene inconsapevoli, vengono manovrati, gestiti dalla camorra che, spostando l’attenzione sui ragazzi, fa i propri affari in silenzio: e parliamo di traffici milionari di droga. È la camorra che ha creato questo fenomeno e ne ha approfittato. I Licciardi, i Moccia, i Contini, i Mallardo, solo per fare alcuni nomi: sono loro le cosche più influenti d’Italia. Hanno soldi che, se volessero, a questi ragazzini li farebbero sparire nell’acido in 24 ore e invece non lo fanno».

Al rione Sanità, il quartiere dove lei era il boss, ci sono sparatorie che terrorizzano i residenti. Un diciassettenne è stato ucciso per errore, un altro ha fatto la stessa fine a Forcella. Cos’è cambiato nella mentalità dei nuovi camorristi?
«Non è cambiato niente, la violenza è sempre la stessa, con alti e bassi, con qualche strisciata di droga in più o in meno. I boss non hanno onore e mai lo avranno. Così come la mafia. Chi uccide per soldi, per interessi, per droga non ha onore. Chi è un camorrista non ha onore. Non lo avevano prima e non lo hanno adesso. Quindi non è cambiato nulla».

Lei si sente in grado di lanciare un appello ai ragazzi che in questi giorni seminano il terrore a Napoli?
«Io dico a questi ragazzi di smettere di drogarsi e di non ammazzarsi in nome e per conto della droga. Consiglio loro di riprendere a sognare, di ritornare alla vita, di rivolgersi alle istituzioni, per essere aiutati con i fatti. Questa strada ha solo due punti di arrivo: la galera o la morte».

Li invita a deporre le armi o a pentirsi?
«Chi dovrebbe pentirsi per prima sono tutti quei politici corrotti che si sono mangiati la città, responsabili del degrado mentale e ambientale, della terra dei fuochi, del disagio sociale nel quale vivono interi rioni, della mancanza di scuole e di associazioni».

Lei aveva proibito nel suo quartiere l’uso di droga, perché?
«Negli anni Ottanta noi della banda Misso, eravamo dei prelevatori, dei commercianti prestati alla malavita, e imponemmo a noi stessi di proibire i traffici e la vendita di droga, ma allora lo potevamo fare perché guadagnavamo tanto con le rapine, con il lotto clandestino, con il contrabbando di sigarette e appunto con il commercio, anche di prodotti falsi. Quando sono uscito, dopo 14 anni di carcere, non c’erano più queste entrate e quindi dovetti adeguarmi al nuovo mercato e diedi l’assenso ai traffici e la vendita di solo marijuana e cocaina, ma io non ho mai voluto percepire un centesimo da queste entrate così come non ho mai tollerato che si facessero estorsioni ai bottegai, ai commercianti».

La camorra può essere sconfitta?
«Certamente che può essere sconfitta, ma non solo con la repressione. Innanzitutto con la cultura, che è la base fondamentale per la vita. Nelle carceri i detenuti dovrebbero studiare. La pena deve essere lo studio: storia, filosofia, arte, matematica. Bisogna rifondare i loro valori, provare a tendergli una mano e dare a tutti la possibilità di realizzare i propri sogni».

Perché ha deciso di pentirsi?
«Io non mi sono pentito affatto perché non ho niente di cui pentirmi. Era una guerra quella che combattevo, non la faceva di certo per conquistare una piazza di spaccio ma per qualcosa di diverso. Ed essendo stato in guerra ci sono stati morti da una parte e dall’altra. Diverso dal pentimento è il ravvedimento, ossia la critica dei propri valori e dei propri gesti, e questo appartiene alla sfera dell’intimo individuale, dove a nessuno è consentito di entrare».

Di quanti omicidi è responsabile?
«Tanti, tantissimi, ma non voglio quantificarli perché sarebbe un’offesa a chi non c’è più. I morti non sono numeri. Ho iniziato la mia guerra contro i Giuliano quando cominciarono a chiedere il pizzo nel mio quartiere. Ho ucciso tre persone perché volevano che io chiudessi la sede del Movimento sociale italiano. Poi ho continuato per vendetta. Hanno ucciso mia moglie e i miei compagni ed io mi sono vendicato».

Ha raccontato tutto ciò che sapeva?
«Che uomo sarei se avessi mentito? Io nella mia vita non l’ho mai fatto. Ho raccontato tutto con estrema serietà».

Ha scritto un libro nel 2003, i Leoni di Marmo, perché?
«Era la mia storia, per quel che può valere, è unica nel suo genere, e ho creduto mio dovere divulgarla. Ho scritto tutto, anche della strage del treno 904. Prima votavo Msi perché pensavo che potesse fare qualcosa per la mia città e il mio rione: adesso si vive in una desertificazione di sentimenti e passioni forti. Ma non mi sono fermato. Ne ho scritto un altro di libro: “Il Chiarificatore” (che uscirà ad ottobre, Le Parche edizioni). È la storia di quello che mi è accaduto in questi anni. Tutto ciò che occorre sapere di me e della mia storia. Tutto».

Se potesse riprendere in mano la sua vita e riportarla a quando aveva 14 anni cosa farebbe?
«Studierei. Volevo essere uno scrittore».